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martedì 11 febbraio 2014

Looking From Another Perspective

After reading "15 Food Reasons Italians Are Better At Life", here are 8 good reasons why I don't find this totally convincing.
Please, let me make a short foreword before going into the details. My comments to the article are totally personal and there is no intention to offend nor to judge. There may be a slight intention to be satyrical but it doesn't go any further than that.

1. "...hot-blooded country..."
   What I('d) call "stereotype n.1". Overreacting is not as much a national sport as anywhere else.

2. "...the greatest way to use lady fingers..."
   What I('d) call "stereotype n.2". Some men are just as good at that.

3. "...why we should all just up and move to Italy." 
   Please, don't. We love, we really do, to have you here but there is not that much empty space left and we already build houses where we really should not. 

4. "...Fresh Pasta …'s a way of life." 
    It is, if you're a granny with a lot, and I mean, a lot of time (and patience) to spend making it and  perhaps another great lot of relatives to nurture.

5. "...Freeze-Dried Parmesean"
   Don't let us fool you, some use it here too.

6. "...Leftover Risotto To Good Use … almost better than risotto."
   Arancini (aka arancinE) are not just a not-wasting-food shortcut. Arancini/E are indeed a way of life, they are usually made from scratch, and are a regional delicatessen.

7. "...3-4 Hours To Make A Ragu..."   
    Too bad most people don't have so much time to spend in the kitchen anymore. Even if some are brave enough to do it on special occasions.


8. "...fry them beautifully..."
    I daresay some know an awful other lot of ways to cook artichokes without frying them. 

Again, please, accept my apologies in case I've sounded too harshly criticising. This is just the way I felt when reading the article. It'd be great to listen to further comments or criticism.




giovedì 6 febbraio 2014

La voce di un libro

Ho per le mani uno di quegli oggetti che più rendono interessante la mia esistenza terrena. Un libro.

Intanto vorrei subito correggere il lessico improprio utilizzato poc'anzi, il quale si pone in relazione di estrema incongruenza con la specificazione successiva. Ho osato definire un libro un oggetto. Vorrei infatti precisare che tutto considero un libro tranne che un oggetto. Gli oggetti hanno tante caratteristiche che, per puro caso, probabilmente condividono con i libri, e sono quasi certa che per la grammatica italiana un libro possa essere benissimo considerato un oggetto. Ma sono altrettanto sicura che per me sia tutt'altro. Può darsi che un libro non sappia respirare, non sappia sentire, non sappia parlare. Quantomeno fin quando consideriamo queste capacità in termini umani. Un libro è privo di polmoni, di organi sensoriali e terminazioni nervose, di corde vocali. Eppure... Eppure un libro è in realtà capace di fare tutto quello di cui sopra.

Tornando al primo punto, ovvero il motivo per cui sono fisicamente impossibilitata a considerare un libro un oggetto, vorrei presentare un'insolita situazione. In effetti è un concetto semplice, un semplice avvenimento che mi accade a volte quando entro in un luogo pieno di libri: spesso succede che mi senta chiamata da uno di questi. Ok, ok, sembra inconcepibile. Un libro è grammaticalmente un oggetto e probabilmente lo è per la maggior parte di noi. Ma io vi assicuro che quello che mi faceva compagnia fino a pochi istanti fa mi ha proprio chiamata.

Non rivelerò adesso di che libro si tratta, vorrei piuttosto dirigere la vostra attenzione su un'espressione in particolare che ho appena usato per riferirmi al mio rapporto con il libro di cui sopra. Questo libro mi faceva compagnia. E adesso giù con il dire che sono frasi fatte, banalità, l'affermare che non ho per nulla inventato l'acqua tiepida. Vero. Tanti sono coloro i quali credono che un libro possa essere un amico, possa essere più che un ammasso di carta a volte colorata e forse un po' puzzolente -a meno che non si ami il libro in questione, e allora diventa un'incomparabile fragranza- e che, insomma, sia più di un semplice oggetto. Il punto è che io non lo considero affatto un oggetto.

Che la sua manifestazione fisica corrisponda a quello che grammaticalmente - e poi, sempre che non prenda una cantonata colossale, grammaticalmente per il popolo italico; sono quasi certa che non tutte le culture la vedono allo stesso modo, oppure, se volete, passatemi il lusso della speranza che le culture mondiali siano talmente varie che anche le idee di oggetto e di grammatica possano variare da una latitudine a un'altra- è un oggetto è solo una constatazione. Che quello che si manifesta fisicamente e corrisponda -per noi- grammaticalmente a un oggetto è un'opinione generale. Ma proprio perché un libro non è -in questo caso, per me- un oggetto, quella generale non può essere quella che abbraccio personalmente. E questo proprio perché è il libro che, di solito, mi chiama. Lo so, somiglia un po' alla storia delle bacchette che scelgono il mago, va bene, però vi spiego anche perché arrivo a pensarla così.

Quando ho deciso di compiere una follia e arricchire la mia biblioteca del libro con il quale mi stavo intrattenendo poc'anzi, ho preso la mia decisione in seguito a un impulso irrefrenabile. Si può confondere con quell'impulso che attrae le donne a un vestito o a qualunque cosa dia loro la possibilità di spendere soldi -o, a detta delle donne, me compresa- a concedersi una seduta di shopping-terapia. Ma non è la stessa cosa. E una banale conferma di ciò è il fatto che lo stesso mi accade in una biblioteca pubblica. Non sono io che scelgo il libro. È il libro che chiama me. È come se quel determinato volume mi conoscesse, mi RIconoscesse e sapesse con certezza di essere quello che fa per me. Perché? Beh, perché ha un titolo accattivante, l'ha scritto un autore sconosciuto anche da se stesso, è ambientato a Parigi, racconta una storia struggente e densa, rappresenta una vita. E proprio questo è il punto di partenza di un'ulteriore spiegazione del perché non considero un libro un oggetto.

Dietro a ogni singola pagina, oltre le persone che hanno contribuito con il loro lavoro a rendere quel libro in tutto e per tutto simile a ciò che per noi è un oggetto dal punto di vista fisico e grammaticale, ci sono numerose altre vite, mille respiri, sospiri disperati, sensazioni, emozioni, esperienze, avvenimenti, insomma, niente che abbia a che vedere con un oggetto fisico e grammaticale. Sarà un portare il tutto agli estremi, ma oltre allo sforzo creativo dell'autore, la prima persona dietro a questo oggetto-nonoggetto, c'è la vita del narratore, che ho imparato non sempre corrisponde a quella dell'autore, e c'è quella di tutti i singoli personaggi (fino ai più insignificanti), tra i quali non è detto sia compresa quella del narratore. Un libro è quindi respiri, pensieri, parole, azioni, conscio e inconscio, sogno e realtà, movimento, silenzio, passione, dolore, gioia infinita, solitudine e mille altre cose ancora. Ed è per questo che non è strano che sia il libro a chiamare me e non io a scegliere lui. Certo, il suo titolo, la sua copertina, che sono i dettagli su cui nella maggior parte dei casi si basa la mia decisione ultima, non sono opera del libro stesso. Il libro stesso non è opera di se stesso. Tuttavia si può vederla in un modo curioso. È come se un po' della vita che ha dato vita a quel libro ci si fosse trasferita e quel libro, un libro, sia in grado di respirare, sentire e parlare, così come quelli che contiene, così come quelli che l'hanno creato.

Il libro con cui mi intrattenevo prima di sentire l'irrefrenabile impulso di rubarvi un po' di tempo e informarvi di questa mia visione dei fatti, forse non così rara ma che mi piace considerare personale perché queste sono le parole che ho scelto per esprimerla io e non un'altra persona, mi ha chiamata per la combinazione di cui sopra, e per la concorrenza di un altro fattore, aka il volume del libro e, nonostante abbia rappresentato una spesa non poco consistente, non potevo ignorare la chiamata. Anche se ammetto che ultimamente i libri tendono a giocarmi brutti scherzi e a lasciarmi un po' delusa, e in piena crisi esistenziale, visto che -nonostante ne abbia il diritto- smettere di leggere un libro è una delle violenze più brute che possa fare a me stessa, generalmente i libri mi conoscono bene.

Tutto questo risponde davvero a un impulso istintivo, oltre che a un'assenza dalla tastiera un po' prolungata. Ma aspettavo di avere un'idea da sviluppare che non fosse una storia da raccontare. Nonostante abbia stupito me stessa e sia stata in grado di trovare l'ispirazione per delle storielle, con più o meno successo, questo sta a voi deciderlo e a me rimettermi alla vostra decisione, quello di cui su questo blog volevo scrivere erano proprio idee, riflessioni, conclusioni, opinioni, espresse in quelle forme dette inaccettabili per una tesina d'esame.

E per concludere questo sconclusionato discorso sui miei amici libri, un libro, per quanto lo possa ricordare fisicamente e -per noi- grammaticalmente, non è affatto un oggetto. Un libro è vita, sono tante vite che respirano, sentono, parlano. E mi chiamano.

venerdì 5 luglio 2013

Regole del vivere bene, n.1: sii sincero con te stesso

"La verità mi fa male lo so", così cantava Caterina Caselli. E magari aveva anche ragione. Per certi versi. Forse. In certi casi. Può anche darsi. Ma in tutto questo tempo in (ri-)cerca dello swing, stupendosi ogni volta di essere qualcuno che non conoscevo, chiedendosi dove stessi andando, cosa stessi facendo, perché, se stessi facendo la cosa giusta e infine riuscendo -davvero?- a fare la cosa giusta, ho finito per capire che meglio dirsi le cose come stanno, da subito e senza mezzi termini. Non è che per forza si debba trattare di grandi temi della filosofia. Ma proprio per niente. Molto più spesso di quanto si creda -e forse si voglia- la vita pone l'essere umano davanti a situazioni apparentemente insignificanti che però devono comunque essere affrontate con la stessa sincerità di come si dovrebbe affrontare un interrogatorio presso una stazione di polizia -ok, guardo troppi telefilm, lo so- meglio dire la verità. Forse non ti crederanno (e sto sempre immaginando una situazione da film), cioè, dipende da chi ti trovi davanti, se persone con un briciolo di buon senso o no -argomento che magari un giorno popperà out su una di queste pagine virtuali- ma in generale almeno si sarà a posto con la propria coscienza. Ci si potrà alzare la mattina con la certezza di aver fatto e detto la cosa giusta. Ovvero, la verità.

Ok, vi starete domandando: Ma sicura che disquisire di onestà, di verità, di cosa sia giusto o sbagliato, sia proprio l'espediente migliore per attirare l'attenzione di chiunque abbia voglia di leggere queste righe e, magari, tenersela pure cara? D'altro canto, però, anche la verità è uno degli aspetti della vita quotidiana. Come ho detto prima, non bisogna per forza essere dei Nietzsche o dei giuristi o dei teologi per parlare di verità. Ci si imbatte nel potere della verità ogni giorno della propria vita, ogni piccolo gesto, ogni risposta a qualunque domanda può essere vera o falsa. E qual è quella giusta? Secondo la mia modesta opinione -evviva, esageriamo pure con le frasi fatte! Tutto il contrario di quello che sono abituata a fare quando scrivo, ma il momento della sperimentazione forse arriverà in futuro- penso che, a prescindere da chi ci si trova davanti, il gesto giusto e la risposta giusta siano quelli più veri. Il senso che do all'attributo 'vero' è 'autentico, proprio, personale, se vogliamo'. Con questo intendo che qualunque cosa sia ciò che sentiamo, se abbiamo voglia di fare qualcosa o meno, se pensiamo X invece che Y e così via, beh, quella è la risposta giusta, perché è vera, o meglio, autentica. Dire bugie è più facile di quanto si pensi. E con bugie intendo tutto ciò che non corrisponde al vero, all'autentico. 

Dico tutto questo perché 24 anni non saranno tanti, ma sono già un po'. E qualcosina ho vissuto, che mi sia piaciuto o meno, che sia stato facile o meno. Ma sono contenta, perché tutto quello di cui ho avuto esperienza mi ha fatto capire tante cose. E, tra le altre, anche che bisogna sempre essere sinceri con se stessi. E ovviamente con gli altri. E quindi, se non vi va di fare qualcosa, se pensate Z invece di K, se vi sentite così e non cosà, potrò facilmente sbagliarmi e liberissimi di pensare il contrario, ma penso sia necessario, sia benefico dirlo. Si tratta di un beneficio plurimo. Si evita di fare quello che non si vuole, ci si sente liberi di pensare Z invece di K e si fa onore alla propria psiche. Eh sì, perché dando spazio al non-autentico invece che a ciò che realmente si vuole, pensa e sente, si travia la visione di se stessi, si rischia di finire per convincersi di fare qualcosa che non si vuole, di pensare qualcosa che non si pensa, di non sentirsi nel modo in cui ci si sente. E d'altra parte, penso sia anche una forma di rispetto nei confronti degli altri. Ogni piccolo gesto, ogni parola non-autentica, potranno forse fare la felicità dell'altro per qualche breve -a volte brevissimo- periodo, ma a lungo andare, chi è davvero in grado di dirsi regolarmente qualcosa che non è? Di vivere in un modo che -seppure a un livello super-inconscio- si sa non corrispondere al modo in cui si vorrebbe vivere? Si potrebbe controbattere che la stia facendo troppo facile. Ovviamente non posso parlare per l'universo mondo, ognuno ha le proprie vicissitudini grandi e piccole e ognuno è libero di agire come preferisce e forse capita più frequentemente di quanto si pensi che purtroppo sono le circostanze a decidere per noi. E tuttavia, la mia esortazione sarebbe comunque di attenersi alla verità, di essere autentici in ogni singolo aspetto della propria vita ogni volta che la vita ci permette di scegliere liberamente e ci dà la possibilità di esprimere la nostra volontà, il nostro pensiero, il nostro stato d'animo.

Bene, fine della tirata filosofica. Questo però, come dice il titolo del blog, è uno spazio dove i pensieri volano liberi. E in fin dei conti non penso che l'idea di qualcuno debba invariabilmente restare uguale a se stessa nel tempo. D'altronde, io stessa tradivo molto spesso questa mia consapevolezza e, anche se forse ho avuto la sensazione che questa fosse la via -almeno per me, non l'ho mai effettivamente messa in pratica come adesso. Non voglio fare quel che non voglio, non voglio pensare quel che non penso, non voglio sentirmi come non mi sento. O meglio, non voglio dare l'impressione a me stessa né soprattutto a chi mi sta intorno di stare facendo qualcosa mentre invece non ho voglia di farla, di pensare una cosa invece che un'altra perché l'altro sta meglio se sa che io penso X invece che Y, di sentirmi in un modo e invece dentro reprimere tutt'altro stato d'animo (questo perché, personalmente, posso anche adorare la recitazione teatrale, ma a recitare nel mio quotidiano sono la peggior performer!). E quindi, più che posso, lascio spazio alla verità. Mi lascio essere autentica. E questo forse può far male a qualcuno per un po', e magari anche io mi insulto dicendomi che avrei potuto rispondere diversamente e interrogandomi su come si possa sentire chi ha assistito a questo mio eccesso di autenticità, ma penso che in fondo e in realtà sia sano per qualunque tipo di relazione ci sia con questo altro individuo. Perché essere autentici con se stessi e di conseguenza con gli altri permette a tutte le persone coinvolte nella detta relazione di comprendere cosa si può fare e se lo si può (e vuole) fare nel caso ci sia qualcosa da rimediare o sia semplicemente il caso di aggiustare il tiro. E una volta fatto... beh, les jeux sont faits e si tutti molto meglio. 

Che condividiate o meno il mio punto di vista, mi ha fatto comunque piacere esplicitarlo. E, a chiunque legga, mi farà piacere -se vi va- conoscerne di diversi!

A bien tôt,
Sissi