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giovedì 6 febbraio 2014

La voce di un libro

Ho per le mani uno di quegli oggetti che più rendono interessante la mia esistenza terrena. Un libro.

Intanto vorrei subito correggere il lessico improprio utilizzato poc'anzi, il quale si pone in relazione di estrema incongruenza con la specificazione successiva. Ho osato definire un libro un oggetto. Vorrei infatti precisare che tutto considero un libro tranne che un oggetto. Gli oggetti hanno tante caratteristiche che, per puro caso, probabilmente condividono con i libri, e sono quasi certa che per la grammatica italiana un libro possa essere benissimo considerato un oggetto. Ma sono altrettanto sicura che per me sia tutt'altro. Può darsi che un libro non sappia respirare, non sappia sentire, non sappia parlare. Quantomeno fin quando consideriamo queste capacità in termini umani. Un libro è privo di polmoni, di organi sensoriali e terminazioni nervose, di corde vocali. Eppure... Eppure un libro è in realtà capace di fare tutto quello di cui sopra.

Tornando al primo punto, ovvero il motivo per cui sono fisicamente impossibilitata a considerare un libro un oggetto, vorrei presentare un'insolita situazione. In effetti è un concetto semplice, un semplice avvenimento che mi accade a volte quando entro in un luogo pieno di libri: spesso succede che mi senta chiamata da uno di questi. Ok, ok, sembra inconcepibile. Un libro è grammaticalmente un oggetto e probabilmente lo è per la maggior parte di noi. Ma io vi assicuro che quello che mi faceva compagnia fino a pochi istanti fa mi ha proprio chiamata.

Non rivelerò adesso di che libro si tratta, vorrei piuttosto dirigere la vostra attenzione su un'espressione in particolare che ho appena usato per riferirmi al mio rapporto con il libro di cui sopra. Questo libro mi faceva compagnia. E adesso giù con il dire che sono frasi fatte, banalità, l'affermare che non ho per nulla inventato l'acqua tiepida. Vero. Tanti sono coloro i quali credono che un libro possa essere un amico, possa essere più che un ammasso di carta a volte colorata e forse un po' puzzolente -a meno che non si ami il libro in questione, e allora diventa un'incomparabile fragranza- e che, insomma, sia più di un semplice oggetto. Il punto è che io non lo considero affatto un oggetto.

Che la sua manifestazione fisica corrisponda a quello che grammaticalmente - e poi, sempre che non prenda una cantonata colossale, grammaticalmente per il popolo italico; sono quasi certa che non tutte le culture la vedono allo stesso modo, oppure, se volete, passatemi il lusso della speranza che le culture mondiali siano talmente varie che anche le idee di oggetto e di grammatica possano variare da una latitudine a un'altra- è un oggetto è solo una constatazione. Che quello che si manifesta fisicamente e corrisponda -per noi- grammaticalmente a un oggetto è un'opinione generale. Ma proprio perché un libro non è -in questo caso, per me- un oggetto, quella generale non può essere quella che abbraccio personalmente. E questo proprio perché è il libro che, di solito, mi chiama. Lo so, somiglia un po' alla storia delle bacchette che scelgono il mago, va bene, però vi spiego anche perché arrivo a pensarla così.

Quando ho deciso di compiere una follia e arricchire la mia biblioteca del libro con il quale mi stavo intrattenendo poc'anzi, ho preso la mia decisione in seguito a un impulso irrefrenabile. Si può confondere con quell'impulso che attrae le donne a un vestito o a qualunque cosa dia loro la possibilità di spendere soldi -o, a detta delle donne, me compresa- a concedersi una seduta di shopping-terapia. Ma non è la stessa cosa. E una banale conferma di ciò è il fatto che lo stesso mi accade in una biblioteca pubblica. Non sono io che scelgo il libro. È il libro che chiama me. È come se quel determinato volume mi conoscesse, mi RIconoscesse e sapesse con certezza di essere quello che fa per me. Perché? Beh, perché ha un titolo accattivante, l'ha scritto un autore sconosciuto anche da se stesso, è ambientato a Parigi, racconta una storia struggente e densa, rappresenta una vita. E proprio questo è il punto di partenza di un'ulteriore spiegazione del perché non considero un libro un oggetto.

Dietro a ogni singola pagina, oltre le persone che hanno contribuito con il loro lavoro a rendere quel libro in tutto e per tutto simile a ciò che per noi è un oggetto dal punto di vista fisico e grammaticale, ci sono numerose altre vite, mille respiri, sospiri disperati, sensazioni, emozioni, esperienze, avvenimenti, insomma, niente che abbia a che vedere con un oggetto fisico e grammaticale. Sarà un portare il tutto agli estremi, ma oltre allo sforzo creativo dell'autore, la prima persona dietro a questo oggetto-nonoggetto, c'è la vita del narratore, che ho imparato non sempre corrisponde a quella dell'autore, e c'è quella di tutti i singoli personaggi (fino ai più insignificanti), tra i quali non è detto sia compresa quella del narratore. Un libro è quindi respiri, pensieri, parole, azioni, conscio e inconscio, sogno e realtà, movimento, silenzio, passione, dolore, gioia infinita, solitudine e mille altre cose ancora. Ed è per questo che non è strano che sia il libro a chiamare me e non io a scegliere lui. Certo, il suo titolo, la sua copertina, che sono i dettagli su cui nella maggior parte dei casi si basa la mia decisione ultima, non sono opera del libro stesso. Il libro stesso non è opera di se stesso. Tuttavia si può vederla in un modo curioso. È come se un po' della vita che ha dato vita a quel libro ci si fosse trasferita e quel libro, un libro, sia in grado di respirare, sentire e parlare, così come quelli che contiene, così come quelli che l'hanno creato.

Il libro con cui mi intrattenevo prima di sentire l'irrefrenabile impulso di rubarvi un po' di tempo e informarvi di questa mia visione dei fatti, forse non così rara ma che mi piace considerare personale perché queste sono le parole che ho scelto per esprimerla io e non un'altra persona, mi ha chiamata per la combinazione di cui sopra, e per la concorrenza di un altro fattore, aka il volume del libro e, nonostante abbia rappresentato una spesa non poco consistente, non potevo ignorare la chiamata. Anche se ammetto che ultimamente i libri tendono a giocarmi brutti scherzi e a lasciarmi un po' delusa, e in piena crisi esistenziale, visto che -nonostante ne abbia il diritto- smettere di leggere un libro è una delle violenze più brute che possa fare a me stessa, generalmente i libri mi conoscono bene.

Tutto questo risponde davvero a un impulso istintivo, oltre che a un'assenza dalla tastiera un po' prolungata. Ma aspettavo di avere un'idea da sviluppare che non fosse una storia da raccontare. Nonostante abbia stupito me stessa e sia stata in grado di trovare l'ispirazione per delle storielle, con più o meno successo, questo sta a voi deciderlo e a me rimettermi alla vostra decisione, quello di cui su questo blog volevo scrivere erano proprio idee, riflessioni, conclusioni, opinioni, espresse in quelle forme dette inaccettabili per una tesina d'esame.

E per concludere questo sconclusionato discorso sui miei amici libri, un libro, per quanto lo possa ricordare fisicamente e -per noi- grammaticalmente, non è affatto un oggetto. Un libro è vita, sono tante vite che respirano, sentono, parlano. E mi chiamano.

martedì 17 dicembre 2013

Emozioni di carta

L’ennesima bolletta. Ancora? Ma non finiscono mai? Ma mai nessuno che scriva una lettera, usando carta e penna se non, addirittura, carta, inchiostro e calamaio? E magari anche una bella ceralacca? No, nel tempo allora presente più nessuno scriveva lettere. A che servivano? Le emozioni ormai viaggiavano su sentieri invisibili, ineffabili, lungo vie immaginarie, senza odore né personalità, tutte uguali, indistinguibili a tal punto che non importava più chi fosse a scrivere, a volte nemmeno più cosa, ma in quanto tempo il messaggio –fosse anche un insulto– riusciva a giungere a destinazione.
E poi quel giorno mi svegliai con una strana sensazione. Mi era già capitato, quante volte mi era capitato! Una strana sensazione che pervadeva ogni nervo, ogni capillare. Una sensazione che mi faceva battere forte il cuore, perché quel giorno qualcosa sarebbe capitato, qualcosa di diverso, qualcosa di inaspettato o, piuttosto, qualcosa di atteso per anni, un evento che finalmente si sarebbe verificato, rendendomi incredibilmente felice.
Ma per quanto bella e nuova e ogni volta travolgente fosse quella sensazione, puntualmente rimanevo deluso. Alla sera, quando appoggiavo la testa sul cuscino, mi rendevo conto che ormai il tempo era scaduto, che quella sensazione non paventava niente di speciale, certamente non un bel sogno che avrei potuto fare durante il riposo. Di sogni ne facevo tanti, a occhi chiusi e, ancor di più, a occhi aperti. Un sogno non sarebbe certo stato nulla di nuovo, né di speciale. Per questo, mi ero anche abituato a non fidarmi più di questa travolgente sensazione. Perché dare fiducia a un istinto che però non ci azzeccava mai? Perché abbandonarsi al piacere che precede la degustazione di un evento tanto atteso e finalmente giunto che però, alla fine, non si verificava comunque?
Per questo, anche quel giorno, appena percepii quella sensazione, mi resi anche conto di quanto fosse foriera di disillusione, di tristezza, di malinconia. Quella sensazione, nonostante mi facesse gioire per un avvenimento prossimamente futuro, portava anche o, piuttosto, portava solo, una nuova ondata di nostalgia. Per questo, anche quel giorno, non mi volli fidare di quella sensazione sibillina. Mi svegliai. Decisi di rimanere al caldo delle coperte ancora un po’, in attesa del momento in cui –come anni di laboratorio teatrale mi avevano insegnato– mi sentivo veramente pronto a compiere un certo passo, in quel caso, ad alzarmi. Finalmente il momento giunse, mi alzai e cominciai la routine mattutina. Ancora non sentivo niente di strano, il che era ancora più strano, perché normalmente quella sensazione mi coglieva nel primo momento del risveglio. Non potevo sospettare nulla, perciò mi rassegnai tranquillo –quella era dunque una giornata fortunata– a vivere l’ennesimo giorno un po’ vano, senza un programma preciso.
E poi la sentii. Ero in cucina. Il caffè era appena uscito e percepii una strana palpitazione. Sapevo di non dover assumere caffeina, negli ultimi tempi sembrava soffrissi di pressione alta, nonostante il mio problema fosse quasi sempre stato il contrario, ma da un po’ di tempo a quella parte non riuscivo a dire no a una tazzina di caffè, almeno alla mattina. E comunque, quello che mi lasciò stranito fu il fatto di aver percepito la palpitazione ancor prima di avvicinare la tazzina alle labbra. Possibile fossi diventato così intollerante alla caffeina da farmi venire la tachicardia ancora prima di assumerne? Al solo odore di caffè appena fatto? Per quanto strano fossi, di questo ancora non ero capace. E poi, dopo qualche istante, la riconobbi. Capii che quella era la famosa sensazione che mi coglieva di tanto in tanto e che cercava sempre di ingannarmi, o forse era solo il mio spirito di sopravvivenza che stimolava la mia psiche a produrre un simile stato d’animo, quantomeno per poter sperare in qualcosa di diverso, per godere almeno dell’apparenza di una svolta, fino al momento del riposo, che infine mi rivelava la vacuità di quello stato d’animo per cui però ero comunque grato, avendomi permesso di sopravvivere all’ennesima giornata e rendendomi tollerante per la monotonia dei giorni a venire.  E siccome ero preparato al peggio, coltivai quella sensazione, la assaporai, mi ci buttai a capofitto, sperando follemente che qualcosa di nuovo sarebbe finalmente successo, che la mia vita, la mia (non-)routine avrebbe quel giorno subito una forte scossa. Contemporaneamente, però, mi ricordavo che dovevo godere di quello stato d’animo con moderazione, per non illudermi troppo che qualcosa di nuovo sarebbe successo. E mi ricordai anche che, se mai qualcosa di nuovo fosse successo, dovevo stare attento a gioire di qualunque cosa fosse, fosse anche una scossa quasi impercettibile. Se mai quella sensazione, quel giorno, fosse stata realmente foriera di novità, avrei dovuto apprezzare la novità, anche se non si fosse trattato di qualcosa di eclatante. Anche se avesse causato solo una piccola scarica di adrenalina.
Portai la tazzina alle labbra. Attesi prima di bere il primo sorso e mi feci pervadere dall’odore del caffè appena fatto, uno dei miei odori preferiti. Poi bevvi. Mi sarei aspettato un attacco di tachicardia improvvisa, vista la sensazione che già mi girava in corpo e la caffeina che avrebbe fatto effetto di lì a poco. Tutto rimase com’era, però. La sensazione continuava a pervadermi e la caffeina decise che quello fosse abbastanza, che per quel giorno avrebbe semplicemente deliziato le mie papille gustative senza aggiungere effetti collaterali.
La giornata passava tranquilla. Non avevo molto da fare, qualcosa sì, giusto per avere la sensazione di tenermi occupato, tuttavia non era niente di importante. E nonostante tutto la sensazione era talmente forte da scollarmi dalla sedia. Non riuscivo a stare fermo, sapevo che qualcosa sarebbe presto accaduto. La razionalità che avevo guadagnato al mattino sembrava essersi dileguata, lasciandomi lì da solo con uno stato d’animo che mi tendeva come una corda di violino. Scattavo al primo rumore e, quando il gatto comparve dal nulla sul tavolo al quale stavo seduto, la sua coda aveva assunto lo spessore del mio braccio e solo dopo qualche istante mi resi conto di essere letteralmente saltato sulla sedia alla vista del felino, facendo prendere un coccolone anche a lui.
‘Ma cosa mi prende? Possibile che non riesca a controllarmi? Sono qui seduto da ore, ho controllato tutti i mezzi di comunicazione ai quali sono reperibile, niente di nuovo sul fronte occidentale, e allora perché scatto così? Non succederà niente, non ci sono indizi che qualcosa sia in procinto di accadere, solo quella solita sensazione ingannatrice alla quale non devo assolutamente dare ascolto.’ Eppure, quella nuova ondata di razionalità non mi placava. Sentivo di dovermi muovere. Non mi piaceva correre, perdevo il fiato in cinque minuti e non mi avrebbe scaricato abbastanza. Ma potevo camminare. Non avrei avuto molta strada da fare; a me che piaceva perdermi per vicoletti e stradine secondarie vuote e inesplorate, il posto dove abitavo risultava troppo scoperto e facilmente percorribile. Tuttavia non potevo stare fermo. Non mi sarebbe giunta alcuna novità via etere, perché sapevo che –per quanto qualcosa potesse anche succedere– non si trattava di niente di multimediale. Per questo ero ancora più confuso.
Mi risolsi a uscire. Decisi di coprire l’intera distanza percorribile a piedi. Mi infilai le cuffie e partii. Ascoltavo la musica e mi lasciavo trasportare dal ritmo. Cambiavo andatura a seconda del ritmo. Era una delle poche attività che riuscivano a scaricarmi quando ero teso. E camminavo.
Come prevedevo, non mi ci volle troppo tempo a percorrere tutti i sentieri più reconditi, oltre alle vie palesi, della piccola città. Niente aveva attirato la mia attenzione in particolare. Anche di questo ero consapevole ancora prima di intraprendere la passeggiata, perché sapevo che nemmeno di quella natura sarebbe stato l’evento nuovo.
Ma allora, cosa? Ormai avevo terminato le ipotesi plausibili, e anche quelle non plausibili. Avevo già scritto un paio di sceneggiature da Oscar, tutte a mente, ovviamente, ed ero soddisfatto perché almeno quella notte sarei riuscito a dormire, avendo portato a termine il mio dovere di screenwriter immaginario –e non pagato– durante la giornata. Ma nonostante questa rassicurante constatazione, non ero tranquillo. Mi sentivo inquieto. Era questo, piuttosto, a rendermi sereno, stoicamente rassegnato. Perché sapevo che erano i sintomi di quella sensazione che aveva deciso di farmi compagnia per la giornata e che poi mi avrebbe abbandonato, con un po’ di amaro in bocca, alla sera.
Tornai a casa, impercettibilmente più scarico, ma affatto meno all’erta di prima. Poteva sembrare un paradosso, ma anche questo era effetto dell’ingannevole sensazione.
Arrivato al cancello, mi resi conto che nessuno degli altri abitanti della casa aveva ancora controllato la cassetta della posta. Uno non usciva praticamente mai dal cancello principale e l’altro aveva la chiave ma di solito non la tirava fuori  perché chissà dov’era finita. E allora lo feci io. Come sempre. Alzai il coperchio. Buttai un occhio per verificare se la cassetta fosse piena o vuota. Come sempre, mi affidavo al riflesso della parte anteriore sul dorso della cassetta. Quando lo vedevo pieno, anche in quei momenti mi coglieva la stessa sensazione di attesa. Per questo, anche se questa volta lo vidi pieno, non ci feci particolarmente caso, perché la sensazione mi aveva colto già. Tuttavia, percepii una nota stonata in quello stato d’animo così invasivo. O meglio, un acuto. Afferrai il contenuto della cassetta. Al primo tentativo mi cadde di mano, precipitando nuovamente sul fondo. L’impazienza era ancora più percettibile, potevo quasi vederne l’aura circondarmi tutto. Riprovai. Questa volta la presa era più sicura e il contenuto della cassetta rimase stretto tra le dita e il palmo. Lo tirai lentamente fuori. Notai che, nonostante la forma somigliasse a quella di una bolletta o di una di quelle comunicazioni un po’ fumose da chissà quale organizzazione, la busta aveva una consistenza particolare. Anche il colore era insolito. Una busta spessa, di color avorio, con leggere venature più scure. Quasi marmorea. Poi, sul retro, che era la faccia della busta rivolta verso il mio sguardo, notai una strana macchia. Era informe, sembrava in rilievo, ed era di colore rosso sangue. C’era anche un simbolo sopra, sembrava un felino dalla posa regale. Un leone, forse, o una creatura mitologica. Girai lentamente la busta, e scorsi una scritta fitta sulla parte destra. Diverse righe di testo dalla calligrafia sorprendente che sembravano essere state tracciate con un pennino e un inchiostro nero e denso. Sulla prima riga leggevo il mio nome, per intero, e sotto l’indirizzo e tutto il resto. Ancora non volevo cedere, pensavo si trattasse comunque della comunicazione di una qualche organizzazione, solo un po’ più fantasiosa delle altre.
Mi resi conto che stavo congelando. O meglio, stavo perdendo pian piano l’uso della mano destra. Così decisi di entrare in casa, per contemplare al caldo quello strano oggetto. La sensazione, intanto, continuava a pervadermi, ma sembrava quasi prendersi gioco di me. La sentivo crescere come in una risata fragorosa. Sembrava sul punto di urlare, di urlarmi contro che quella volta aveva ragione, persona di poca fede che altro non sono! Ma non volevo cedere. Mi sembrava troppo bello per essere vero. Mi sembrava troppo incredibile perché quella sensazione, quel giorno, mi avesse colto con un motivo, che quel primordiale istinto quel giorno fosse corretto.
Salii le scale. Non mi precipitai alla porta dell’appartamento con furia. Contemplavo quella che avevo ormai capito essere una lettera e mi ascoltavo. Ascoltavo con attenzione le emozioni che si avvicendavano dentro di me. Cercavo di gustare le mie reazioni come fossero un manicaretto di quelli di cui ero tanto goloso. Ed era una delizia.
Come prima cosa, avevo scartato tutte le reazioni negative. Pensieri quali ‘Ma non è quello che ti aspettavi!’, ‘Guarda che non c’è nulla per cui gioire davvero!’, ‘Stai sereno che non è nulla di strepitoso!’ avevano subito fatto capolino nella mia mente. Vedevo le parole scolpite su un marmo simile a quello di cui sembrava essere fatta la busta. Ma avevo anche proceduto alla distruzione di quella statua, avevo scagliato quel colpo che aveva reso inguardabile quella creazione marmorea così perfetta nella sua negatività. Non volevo fosse perfetta. La negatività non lo è mai.
Il titanico sforzo rese possibile la gioia delle ore successive. La prima cosa che realizzai fu che, finalmente, qualcosa di bello, e atteso, era successo. Erano anni che attendevo una lettera. Ammisi di stare trattando quell’oggetto così atteso e prezioso come tutte le comunicazioni che arrivavano solitamente per vie eteree e invisibili, spersonalizzate e senza odore. Sembrava non mi importasse il cosa, né il chi, ma il come. E tuttavia, mi resi conto che non poteva essere niente di spiacevole e nemmeno provenire da qualcuno che mi voleva male. E, infatti, la mia seconda reazione positiva fu trattare quell’oggetto diversamente dalle comunicazioni ineffabili di allora. Lo avvicinai alle narici e inspirai. Inspirai quell’odore di carta vera. Lo feci più e più volte e, quando ne ebbi pieni i polmoni, lo esalai e mi dedicai alla ceralacca. La osservai attentamente, la scrutai per individuarne ogni più piccolo dettaglio. Ci passai sopra un polpastrello, delicatamente, ripercorrendo i contorni di quella che ormai mi ero reso conto essere la figura di un drago.
Questo fece scattare in me un interruttore, che accese la luce di un piccolo sgabuzzino nel mio cervello. Quando la porta di quel bugigattolo cerebrale si spalancò provai una sensazione familiare ma che avevo dimenticato. Ricordi di anni spensierati, di giornate con uno scopo, per quanto ludico, mi tornarono alla mente. Rievocai avventure immaginate, tracciate su carta, il cui esito era deciso da un tiro di dadi. Ripensai a ore spese a creare scenari possibili e non, nell’attesa di scoprire come si sarebbero comportati gli altri, con onestà o con furbizia, con nobiltà d’animo o con bieco egoismo. E risi. Una risata argentina, una risata fragorosa e piena di gioia. Bellissimi ricordi, di persone, oltre che di avventure, di momenti di gruppo, di risate e discussioni che finivano comunque a pacche sulle spalle e risate, mi travolsero e caddi seduto sul divano in preda a una gioia infinita.
Ma ancora non avevo aperto la lettera. Il mittente mi era chiaro, riconoscevo la ceralacca, non per averla mai vista fino a quel momento, ma per averne sentito parlare così tanto. Ma all’epoca di queste narrazioni quella ceralacca era solo un sogno, uno sfizio che, un giorno, quella data persona si sarebbe tolta.  Fui contento di vedere che qualcosa di nuovo, di diverso, poteva sempre succedere. Quando aprii la missiva, tra le mani mi ritrovai parecchi fogli di carta, una carta più sottile ma molto simile a quella della busta, marmorea e dallo stesso odore un po’ polveroso. La calligrafia era la stessa dell’indirizzo. L’inchiostro aveva intriso la trama della carta così a fondo da rendere le parole leggibili da entrambi i lati del foglio. Erano parole incoraggianti. Parole che, oltre a invitarmi fisicamente a una rimpatriata, mi invitavano anche ad assumere un atteggiamento nuovo. Parole semplici e dirette, come era solito nello stile del mittente, il che mi fece sorridere al fatto che alcune cose non cambiavano mai, ma che raggiungevano perfettamente lo scopo –forse ignoto a chi scriveva ma chiarissimo a me che leggevo– di rievocare emozioni perdute, ormai addormentate nei meandri della mia anima, ovunque essa si trovasse. Leggere quelle parole, scrutare quei tratti di pennino, mi fece ricordare quanto bene stessi quando quelle avventure erano all’ordine del giorno. Era esattamente quello di cui avevo bisogno.
Le ore che mi separavano dal riposo passarono veloci. Non risposi subito alla missiva, perché prima volevo godermi attimo per attimo ogni singola sensazione che un mezzo di comunicazione così démodé mi aveva provocato. E poi avevo molto altro da metabolizzare. Per questo, quando appoggiai la testa sul cuscino, cercai di ricapitolare la giornata. Per prima cosa, fui grato perché la sensazione mattutina non si era presa gioco di me ingannandomi nell’attesa di un evento che non si sarebbe palesato. Ma fui grato anche perché si era poi presa gioco di me ridendo a squarciagola e urlandomi ‘Te l’avevo detto! Questa volta ero arrivata per un motivo!’ E poi volli rivivere istante per istante la gioia delle ultime ore. Mi persi di nuovo a ricordare i pomeriggi insieme a ridere, discutere, ridere ancora, immaginare mondi e creature. Rividi i volti, ripensai alle speranze, tentai di indovinare quali fossero diventate realtà e quali no.

E poi mi addormentai, cullato da pensieri trasformati non in parole ma in emozioni, nelle emozioni di una lettera di carta.

domenica 27 ottobre 2013

Elogio dell'Ardore

Un PS ancora prima di iniziare: quell' 'ardore' voleva essere la traduzione latina di 'passione', essendo quest'ultimo l'argomento del post. O voi che conoscete il latino mille volte meglio di me, chiedo venia se ho or ora impropriamente usato cotal termine.

Sono sempre stata una fan sfegatata delle grandi passioni. Mi sono lasciata incantare dalla grande passione di Jack Dawson per Rose DeWitt Bukater sul caro, vecchio (e ormai superinabissato) Titanic. Mi ha lasciato a bocca aperta quella che credo sia stata la passione con cui Jonathan Littell ha scritto il mio libro preferito, Le Benevole, che, per quanto scabroso e narrante una controversissima autobiografia inventata, ha portato me ad appassionarmi talmente tanto al suo fittizio protagonista da credere di aver scorto sulla metro a Parigi un individuo con i lineamenti che gli avevo affidato durante la lettura. E qui, ci vorrebbe una terza passione, tanto per rispettare lo schema di scrittura a triplette che l'altrettanto controverso Prof. Whitsitt ormai anni or sono ci insegnò essere buona norma per la redazione di un CV in inglese. Ma credo che quest'ultimo intervento possa chiudere degnamente la tripletta.

E le mie, di passioni? Dove sono finite? Ne avevo tante, un tempo. O, meglio, c'erano tante cose per cui usavo essere molto appassionata ogni volta che le incontravo sul mio cammino. Idee, film, libri, spettacoli, attività, città, il mondo, opere d'arte e chi più ne ha più ne metta. E il punto, infatti, non è tanto che certe passioni non le ho più. Piuttosto, il punto è che è la passione che nutrivo per certe passioni che mi ha abbandonata. E quindi, in termini più generali, il punto è quando la passione che nutriamo per una certa passione ci abbandona. Quando questo accade, che cosa si fa?

Tornando al fatto che usavo essere una persona molto appassionata, mi viene da pormi un'ulteriore domanda: quand'è che ho smesso di essere appassionata? Quand'è che ho lasciato perdere, ho buttato la spugna e ho rilassato la spina dorsale? Credetemi, quando si è preda di grandi passioni o, meglio ancora, quando si affrontano tante situazioni con grande passione -come, più specificatamente, era mia abitudine fare- è difficile poi vivere giorno dopo giorno con la sensazione che non si è più in grado di provarla, la suddetta passione, quantomeno non per tutto quello che si fa o che si vorrebbe fare.

E allora, in mancanza della passione che muoveva le mie più grandi passioni, ho generalmente finito per tenere due comportamenti opposti: se da un lato la rassegnazione mi ha spesso intrappolata, dall'altro sono stata altrettanto spesso colta da attacchi di esagerazione delle emozioni.

Mi spiego meglio. Una persona che di suo è mossa da grande passione, che affronta la vita con passione (e, si badi bene, con 'passione' non intendo sempre un moto positivo, purtroppo anche la rabbia può essere vissuta con 'passione'), accorgendosi di aver perso per strada questa propria caratteristica, si trova un po' disorientata. Una specie di bimbo sperduto nella giungla della vita dis-passionata. Mi sono appunto accorta di un fatto. Colta da tali momenti di dis-passione, mi sono spesso trascinata giorno dopo giorno in una monotonia rassegnata o, se preferite, in una monotona rassegnazione, aspettando il giorno in cui la passione si sarebbe in me risvegliata e mi avrebbe nuovamente raised up. In altri casi, il che è ancora peggio secondo il mio supermodesto e opinabilissimo parere (e non esagero per intendere il contrario!), ho invece cercato di esagerare quegli stati d'animo che potrebbero portare a una vera passione. Siccome vivere una vita dis-passionatamente è, credo, per una persona abituata a viverla in tutt'altro modo, una tortura cinese se non peggio, solitamente gli stati d'animo da affrontare in situazioni simili sono negativi. E sono quindi gli stati d'animo negativi che ho cercato di esagerare per smuovere la mia assopitissima passione. Ma io mi chiedo, o cara passione, a te che piace tanto star desta e a me che spesso, troppo spesso, manca il sonno, e se facessimo uno scambio equo e solidale? Io ti regalo un po' d'insonnia, ma proprio tutta quella che posso eh?, e tu mi rendi il mio sonno, quello che in quanto essere umano che vorrebbe sopravvivere a domani senza dover pesare un po' troppo sulle esistenze e soprattutto sulla pazienza di coloro i quali devono -ahiloro- aver a che fare con la sottoscritta CI spetta (a me e a quelli che mi devono sopportare) -credo- di diritto. Ed ecco che quindi, dopo questo cortese -spero- appello alla mia passione, mi ritrovavo, come stavo per dire, a essere esageratamente arrabbiata o esageratamente triste. Peggio ancora, anche se questo non è uno stato d'animo, lo ammetto, esageratamente depressa.

Una passione grande, espressione di tante altre mie passioni, è stata da sempre la scrittura. Avevo pensato, poco tempo fa anche, a dire il vero, di profondermi in un elogio alla scrittura. Tuttavia, poi, ho lasciato perdere. E, onestamente, stavo per lasciar perdere anche stavolta. Ma perché non ci hai pensato su due volte e non ti sei resa conto che lasciar perdere sarebbe in effetti stato molto più saggio da parte tua?, chiederete voi che avete  incautamente intrapreso la lettura di cotal intervento. Beh, vi rispondo io, per quanto insulse possano suonare le mie parole, non volevo darla vinta alla dis-passione. Volevo provare un brivido in più che per almeno due buoni motivi non posso provare, per esempio, preparando metanfetamine e rifugiandomi in camper sgangherati in mezzo al deserto del New Mexico (e attenzione agli spoiler NON VOGLIO SAPERE ALTRO, sono arrivata solo alla terza stagione, understand, o voi [ex-]spettatori di Breaking Bad?). Principalmente perché purtroppo non sarei abbastanza scaltra per farla franca così a lungo, pur avendo -probabilmente- una buona spalla su cui contare, e secondariamente perché avevo voglia di esprimere la mia passione immantinente e l'avvio dell'attività poco sopra descritta non sarebbe stato altrettanto immediato.

E tuttavia, devo essere sincera, anche scrivendo queste poche righe senza senso, purtroppo non sono soddisfatta come un tempo. Mi piacciono tante, forse troppe cose, ma non riesco più a portarle avanti tutte insieme. Iniziano anche a piacermi nuove cose, che si aggiungono alle precedenti e non le scalzano via come invece sarebbe molto più comodo, e non sono più in grado di gestire tutto. Ma la cosa più triste è che quindi mi viene da lasciar perdere. E quindi si può dire che per certi versi mi sono abbandonata alla monotona rassegnazione e alla rassegnata monotonia. E allora come fare? Giro la domanda a chi ha deciso di leggere fin qui. Cos'è che ti può smuovere? Cos'è che può far uscire dalla dis-passione e ributtarti a capofitto nella passione? Cos'è che può risollevarti dalla monotona rassegnazione e dalla rassegnata monotonia quando ti coglie?, quell'infame!

Ho ben pensato di cancellare tutto e lasciar perdere, di nuovo. In fondo, mi sono detta, un blog non è il posto migliore dove scaricare i pensieri. Per quello ci sono gli strizzacervelli. O, anche, quaderni a righe che potrei riempire di tutto quello che mi passa per la testa senza stressare il prossimo. Eppure, sento che, per quanto insensato possa essere questo intervento, può darsi che qualcosa smuova. Al momento, non sento alcun moto avviarsi, ma forse arriverà presto. E, nel frattempo, mi godo quello che ho, che, come ho già accennato nel post precedente, non è certo poco né insignificante. E di cui certo nemmeno mi scordo.

giovedì 4 luglio 2013

Hi, my name is...

Ed ecco che anche io mi ci sono fatta trasportare. Dove? Nel vasto mondo del blogging. Ok, forse la cosa non è più così in voga come qualche anno fa ma, a onor del vero, non posso giurarci perché ho resistito tanto al fascino del blogging e non ho ancora ben chiaro quanto in effetti sia pratica diffusa creare e curare un blog. E quindi... eccomi qui, comunque, solo perché è adesso che mi sento ispirata, è adesso che sento questo desiderio, questa vena creativa che, a differenza del passato, mi piacerebbe ora condividere. 


Scrivere è un'attività che ho sempre amato. Ho iniziato con il diario che ci hanno espressamente chiesto di tenere mentre io ero in seconda elementare e poi ho continuato. Ho iniziato a trattare il diario come il mio migliore amico piuttosto che averne uno in carne e ossa (triste, dite voi? Mah, forse solo un pochino). Quelle povere pagine ne hanno sentite di tutti i colori. E poi ho continuato. A scrivere ovunque. Qualunque pezzo di carta si trovasse a portata di mano nel momento in cui avevo bisogno, sentivo la necessità fisiologica di scrivere (e solitamente accadeva di notte, colpa dell'insonnia da eccessiva attività cerebrale) diventava il mio migliore amico e io ci scrivevo sopra, ci riversavo tutto quello che non potevo dire ad anima viva -per un puro motivo logistico, credetemi, non è bello svegliare nessuno alle due di notte perché una tredicenne in crisi di noia non sa proprio dove infilare i propri pensieri e godersi una bella notte di sonno. E poi, quando la carta ha iniziato a scarseggiare, io ho iniziato a usare il pc più compulsivamente, allora la tastiera qwerty è diventata la mia tastiera di pianoforte sulla quale le mie dita sfrecciavano veloci in perfetta sincronia con i pensieri, per riversare tutto quello che mi rubava il sonno su una memoria esterna, un supporto che avrebbe portato il fardello al posto mio e mi avrebbe alleggerito l'esistenza almeno un pochino. Ed è così che è nata la mitica cartella "Grafoterapia", la soluzione a tutti i miei problemi. C'è qualcosa che non va? Perché non lo scrivi? E ha funzionato. Sempre. E continua a funzionare. Anche se adesso è tutto un po' diverso. Prima di tutto adesso ho deciso di buttarmi su un blog, che -piaccia o meno- non vorrei tenere privato. Ok, cercherò di non importunare né imbarazzare nessuno e se un pensiero mi ruberà il sonno di nuovo ci penserò da sola a sbarazzarmene. Perché come dice il sottotitolo: qui volano sì pensieri, ma pensieri scaturiti da dettagli, non pensieri deleteri per la salute mentale di chiunque. Spero quindi di non risultare né noiosa né inopportuna. 



Ah, una cosa soltanto. Mi capita, a meno che non sia cambiato anche questo, di non apprezzare la concisione. Perciò, chiedo subito scusa se mai mi capiterà di dilungarmi troppo. Chissà se riuscirò a cedere alla tentazione senza diventare noiosa. Il giudizio, come si suol dire, ai posteri. 



Enjoy (hopefully)!

Sissi