giovedì 6 febbraio 2014

La voce di un libro

Ho per le mani uno di quegli oggetti che più rendono interessante la mia esistenza terrena. Un libro.

Intanto vorrei subito correggere il lessico improprio utilizzato poc'anzi, il quale si pone in relazione di estrema incongruenza con la specificazione successiva. Ho osato definire un libro un oggetto. Vorrei infatti precisare che tutto considero un libro tranne che un oggetto. Gli oggetti hanno tante caratteristiche che, per puro caso, probabilmente condividono con i libri, e sono quasi certa che per la grammatica italiana un libro possa essere benissimo considerato un oggetto. Ma sono altrettanto sicura che per me sia tutt'altro. Può darsi che un libro non sappia respirare, non sappia sentire, non sappia parlare. Quantomeno fin quando consideriamo queste capacità in termini umani. Un libro è privo di polmoni, di organi sensoriali e terminazioni nervose, di corde vocali. Eppure... Eppure un libro è in realtà capace di fare tutto quello di cui sopra.

Tornando al primo punto, ovvero il motivo per cui sono fisicamente impossibilitata a considerare un libro un oggetto, vorrei presentare un'insolita situazione. In effetti è un concetto semplice, un semplice avvenimento che mi accade a volte quando entro in un luogo pieno di libri: spesso succede che mi senta chiamata da uno di questi. Ok, ok, sembra inconcepibile. Un libro è grammaticalmente un oggetto e probabilmente lo è per la maggior parte di noi. Ma io vi assicuro che quello che mi faceva compagnia fino a pochi istanti fa mi ha proprio chiamata.

Non rivelerò adesso di che libro si tratta, vorrei piuttosto dirigere la vostra attenzione su un'espressione in particolare che ho appena usato per riferirmi al mio rapporto con il libro di cui sopra. Questo libro mi faceva compagnia. E adesso giù con il dire che sono frasi fatte, banalità, l'affermare che non ho per nulla inventato l'acqua tiepida. Vero. Tanti sono coloro i quali credono che un libro possa essere un amico, possa essere più che un ammasso di carta a volte colorata e forse un po' puzzolente -a meno che non si ami il libro in questione, e allora diventa un'incomparabile fragranza- e che, insomma, sia più di un semplice oggetto. Il punto è che io non lo considero affatto un oggetto.

Che la sua manifestazione fisica corrisponda a quello che grammaticalmente - e poi, sempre che non prenda una cantonata colossale, grammaticalmente per il popolo italico; sono quasi certa che non tutte le culture la vedono allo stesso modo, oppure, se volete, passatemi il lusso della speranza che le culture mondiali siano talmente varie che anche le idee di oggetto e di grammatica possano variare da una latitudine a un'altra- è un oggetto è solo una constatazione. Che quello che si manifesta fisicamente e corrisponda -per noi- grammaticalmente a un oggetto è un'opinione generale. Ma proprio perché un libro non è -in questo caso, per me- un oggetto, quella generale non può essere quella che abbraccio personalmente. E questo proprio perché è il libro che, di solito, mi chiama. Lo so, somiglia un po' alla storia delle bacchette che scelgono il mago, va bene, però vi spiego anche perché arrivo a pensarla così.

Quando ho deciso di compiere una follia e arricchire la mia biblioteca del libro con il quale mi stavo intrattenendo poc'anzi, ho preso la mia decisione in seguito a un impulso irrefrenabile. Si può confondere con quell'impulso che attrae le donne a un vestito o a qualunque cosa dia loro la possibilità di spendere soldi -o, a detta delle donne, me compresa- a concedersi una seduta di shopping-terapia. Ma non è la stessa cosa. E una banale conferma di ciò è il fatto che lo stesso mi accade in una biblioteca pubblica. Non sono io che scelgo il libro. È il libro che chiama me. È come se quel determinato volume mi conoscesse, mi RIconoscesse e sapesse con certezza di essere quello che fa per me. Perché? Beh, perché ha un titolo accattivante, l'ha scritto un autore sconosciuto anche da se stesso, è ambientato a Parigi, racconta una storia struggente e densa, rappresenta una vita. E proprio questo è il punto di partenza di un'ulteriore spiegazione del perché non considero un libro un oggetto.

Dietro a ogni singola pagina, oltre le persone che hanno contribuito con il loro lavoro a rendere quel libro in tutto e per tutto simile a ciò che per noi è un oggetto dal punto di vista fisico e grammaticale, ci sono numerose altre vite, mille respiri, sospiri disperati, sensazioni, emozioni, esperienze, avvenimenti, insomma, niente che abbia a che vedere con un oggetto fisico e grammaticale. Sarà un portare il tutto agli estremi, ma oltre allo sforzo creativo dell'autore, la prima persona dietro a questo oggetto-nonoggetto, c'è la vita del narratore, che ho imparato non sempre corrisponde a quella dell'autore, e c'è quella di tutti i singoli personaggi (fino ai più insignificanti), tra i quali non è detto sia compresa quella del narratore. Un libro è quindi respiri, pensieri, parole, azioni, conscio e inconscio, sogno e realtà, movimento, silenzio, passione, dolore, gioia infinita, solitudine e mille altre cose ancora. Ed è per questo che non è strano che sia il libro a chiamare me e non io a scegliere lui. Certo, il suo titolo, la sua copertina, che sono i dettagli su cui nella maggior parte dei casi si basa la mia decisione ultima, non sono opera del libro stesso. Il libro stesso non è opera di se stesso. Tuttavia si può vederla in un modo curioso. È come se un po' della vita che ha dato vita a quel libro ci si fosse trasferita e quel libro, un libro, sia in grado di respirare, sentire e parlare, così come quelli che contiene, così come quelli che l'hanno creato.

Il libro con cui mi intrattenevo prima di sentire l'irrefrenabile impulso di rubarvi un po' di tempo e informarvi di questa mia visione dei fatti, forse non così rara ma che mi piace considerare personale perché queste sono le parole che ho scelto per esprimerla io e non un'altra persona, mi ha chiamata per la combinazione di cui sopra, e per la concorrenza di un altro fattore, aka il volume del libro e, nonostante abbia rappresentato una spesa non poco consistente, non potevo ignorare la chiamata. Anche se ammetto che ultimamente i libri tendono a giocarmi brutti scherzi e a lasciarmi un po' delusa, e in piena crisi esistenziale, visto che -nonostante ne abbia il diritto- smettere di leggere un libro è una delle violenze più brute che possa fare a me stessa, generalmente i libri mi conoscono bene.

Tutto questo risponde davvero a un impulso istintivo, oltre che a un'assenza dalla tastiera un po' prolungata. Ma aspettavo di avere un'idea da sviluppare che non fosse una storia da raccontare. Nonostante abbia stupito me stessa e sia stata in grado di trovare l'ispirazione per delle storielle, con più o meno successo, questo sta a voi deciderlo e a me rimettermi alla vostra decisione, quello di cui su questo blog volevo scrivere erano proprio idee, riflessioni, conclusioni, opinioni, espresse in quelle forme dette inaccettabili per una tesina d'esame.

E per concludere questo sconclusionato discorso sui miei amici libri, un libro, per quanto lo possa ricordare fisicamente e -per noi- grammaticalmente, non è affatto un oggetto. Un libro è vita, sono tante vite che respirano, sentono, parlano. E mi chiamano.

martedì 17 dicembre 2013

Emozioni di carta

L’ennesima bolletta. Ancora? Ma non finiscono mai? Ma mai nessuno che scriva una lettera, usando carta e penna se non, addirittura, carta, inchiostro e calamaio? E magari anche una bella ceralacca? No, nel tempo allora presente più nessuno scriveva lettere. A che servivano? Le emozioni ormai viaggiavano su sentieri invisibili, ineffabili, lungo vie immaginarie, senza odore né personalità, tutte uguali, indistinguibili a tal punto che non importava più chi fosse a scrivere, a volte nemmeno più cosa, ma in quanto tempo il messaggio –fosse anche un insulto– riusciva a giungere a destinazione.
E poi quel giorno mi svegliai con una strana sensazione. Mi era già capitato, quante volte mi era capitato! Una strana sensazione che pervadeva ogni nervo, ogni capillare. Una sensazione che mi faceva battere forte il cuore, perché quel giorno qualcosa sarebbe capitato, qualcosa di diverso, qualcosa di inaspettato o, piuttosto, qualcosa di atteso per anni, un evento che finalmente si sarebbe verificato, rendendomi incredibilmente felice.
Ma per quanto bella e nuova e ogni volta travolgente fosse quella sensazione, puntualmente rimanevo deluso. Alla sera, quando appoggiavo la testa sul cuscino, mi rendevo conto che ormai il tempo era scaduto, che quella sensazione non paventava niente di speciale, certamente non un bel sogno che avrei potuto fare durante il riposo. Di sogni ne facevo tanti, a occhi chiusi e, ancor di più, a occhi aperti. Un sogno non sarebbe certo stato nulla di nuovo, né di speciale. Per questo, mi ero anche abituato a non fidarmi più di questa travolgente sensazione. Perché dare fiducia a un istinto che però non ci azzeccava mai? Perché abbandonarsi al piacere che precede la degustazione di un evento tanto atteso e finalmente giunto che però, alla fine, non si verificava comunque?
Per questo, anche quel giorno, appena percepii quella sensazione, mi resi anche conto di quanto fosse foriera di disillusione, di tristezza, di malinconia. Quella sensazione, nonostante mi facesse gioire per un avvenimento prossimamente futuro, portava anche o, piuttosto, portava solo, una nuova ondata di nostalgia. Per questo, anche quel giorno, non mi volli fidare di quella sensazione sibillina. Mi svegliai. Decisi di rimanere al caldo delle coperte ancora un po’, in attesa del momento in cui –come anni di laboratorio teatrale mi avevano insegnato– mi sentivo veramente pronto a compiere un certo passo, in quel caso, ad alzarmi. Finalmente il momento giunse, mi alzai e cominciai la routine mattutina. Ancora non sentivo niente di strano, il che era ancora più strano, perché normalmente quella sensazione mi coglieva nel primo momento del risveglio. Non potevo sospettare nulla, perciò mi rassegnai tranquillo –quella era dunque una giornata fortunata– a vivere l’ennesimo giorno un po’ vano, senza un programma preciso.
E poi la sentii. Ero in cucina. Il caffè era appena uscito e percepii una strana palpitazione. Sapevo di non dover assumere caffeina, negli ultimi tempi sembrava soffrissi di pressione alta, nonostante il mio problema fosse quasi sempre stato il contrario, ma da un po’ di tempo a quella parte non riuscivo a dire no a una tazzina di caffè, almeno alla mattina. E comunque, quello che mi lasciò stranito fu il fatto di aver percepito la palpitazione ancor prima di avvicinare la tazzina alle labbra. Possibile fossi diventato così intollerante alla caffeina da farmi venire la tachicardia ancora prima di assumerne? Al solo odore di caffè appena fatto? Per quanto strano fossi, di questo ancora non ero capace. E poi, dopo qualche istante, la riconobbi. Capii che quella era la famosa sensazione che mi coglieva di tanto in tanto e che cercava sempre di ingannarmi, o forse era solo il mio spirito di sopravvivenza che stimolava la mia psiche a produrre un simile stato d’animo, quantomeno per poter sperare in qualcosa di diverso, per godere almeno dell’apparenza di una svolta, fino al momento del riposo, che infine mi rivelava la vacuità di quello stato d’animo per cui però ero comunque grato, avendomi permesso di sopravvivere all’ennesima giornata e rendendomi tollerante per la monotonia dei giorni a venire.  E siccome ero preparato al peggio, coltivai quella sensazione, la assaporai, mi ci buttai a capofitto, sperando follemente che qualcosa di nuovo sarebbe finalmente successo, che la mia vita, la mia (non-)routine avrebbe quel giorno subito una forte scossa. Contemporaneamente, però, mi ricordavo che dovevo godere di quello stato d’animo con moderazione, per non illudermi troppo che qualcosa di nuovo sarebbe successo. E mi ricordai anche che, se mai qualcosa di nuovo fosse successo, dovevo stare attento a gioire di qualunque cosa fosse, fosse anche una scossa quasi impercettibile. Se mai quella sensazione, quel giorno, fosse stata realmente foriera di novità, avrei dovuto apprezzare la novità, anche se non si fosse trattato di qualcosa di eclatante. Anche se avesse causato solo una piccola scarica di adrenalina.
Portai la tazzina alle labbra. Attesi prima di bere il primo sorso e mi feci pervadere dall’odore del caffè appena fatto, uno dei miei odori preferiti. Poi bevvi. Mi sarei aspettato un attacco di tachicardia improvvisa, vista la sensazione che già mi girava in corpo e la caffeina che avrebbe fatto effetto di lì a poco. Tutto rimase com’era, però. La sensazione continuava a pervadermi e la caffeina decise che quello fosse abbastanza, che per quel giorno avrebbe semplicemente deliziato le mie papille gustative senza aggiungere effetti collaterali.
La giornata passava tranquilla. Non avevo molto da fare, qualcosa sì, giusto per avere la sensazione di tenermi occupato, tuttavia non era niente di importante. E nonostante tutto la sensazione era talmente forte da scollarmi dalla sedia. Non riuscivo a stare fermo, sapevo che qualcosa sarebbe presto accaduto. La razionalità che avevo guadagnato al mattino sembrava essersi dileguata, lasciandomi lì da solo con uno stato d’animo che mi tendeva come una corda di violino. Scattavo al primo rumore e, quando il gatto comparve dal nulla sul tavolo al quale stavo seduto, la sua coda aveva assunto lo spessore del mio braccio e solo dopo qualche istante mi resi conto di essere letteralmente saltato sulla sedia alla vista del felino, facendo prendere un coccolone anche a lui.
‘Ma cosa mi prende? Possibile che non riesca a controllarmi? Sono qui seduto da ore, ho controllato tutti i mezzi di comunicazione ai quali sono reperibile, niente di nuovo sul fronte occidentale, e allora perché scatto così? Non succederà niente, non ci sono indizi che qualcosa sia in procinto di accadere, solo quella solita sensazione ingannatrice alla quale non devo assolutamente dare ascolto.’ Eppure, quella nuova ondata di razionalità non mi placava. Sentivo di dovermi muovere. Non mi piaceva correre, perdevo il fiato in cinque minuti e non mi avrebbe scaricato abbastanza. Ma potevo camminare. Non avrei avuto molta strada da fare; a me che piaceva perdermi per vicoletti e stradine secondarie vuote e inesplorate, il posto dove abitavo risultava troppo scoperto e facilmente percorribile. Tuttavia non potevo stare fermo. Non mi sarebbe giunta alcuna novità via etere, perché sapevo che –per quanto qualcosa potesse anche succedere– non si trattava di niente di multimediale. Per questo ero ancora più confuso.
Mi risolsi a uscire. Decisi di coprire l’intera distanza percorribile a piedi. Mi infilai le cuffie e partii. Ascoltavo la musica e mi lasciavo trasportare dal ritmo. Cambiavo andatura a seconda del ritmo. Era una delle poche attività che riuscivano a scaricarmi quando ero teso. E camminavo.
Come prevedevo, non mi ci volle troppo tempo a percorrere tutti i sentieri più reconditi, oltre alle vie palesi, della piccola città. Niente aveva attirato la mia attenzione in particolare. Anche di questo ero consapevole ancora prima di intraprendere la passeggiata, perché sapevo che nemmeno di quella natura sarebbe stato l’evento nuovo.
Ma allora, cosa? Ormai avevo terminato le ipotesi plausibili, e anche quelle non plausibili. Avevo già scritto un paio di sceneggiature da Oscar, tutte a mente, ovviamente, ed ero soddisfatto perché almeno quella notte sarei riuscito a dormire, avendo portato a termine il mio dovere di screenwriter immaginario –e non pagato– durante la giornata. Ma nonostante questa rassicurante constatazione, non ero tranquillo. Mi sentivo inquieto. Era questo, piuttosto, a rendermi sereno, stoicamente rassegnato. Perché sapevo che erano i sintomi di quella sensazione che aveva deciso di farmi compagnia per la giornata e che poi mi avrebbe abbandonato, con un po’ di amaro in bocca, alla sera.
Tornai a casa, impercettibilmente più scarico, ma affatto meno all’erta di prima. Poteva sembrare un paradosso, ma anche questo era effetto dell’ingannevole sensazione.
Arrivato al cancello, mi resi conto che nessuno degli altri abitanti della casa aveva ancora controllato la cassetta della posta. Uno non usciva praticamente mai dal cancello principale e l’altro aveva la chiave ma di solito non la tirava fuori  perché chissà dov’era finita. E allora lo feci io. Come sempre. Alzai il coperchio. Buttai un occhio per verificare se la cassetta fosse piena o vuota. Come sempre, mi affidavo al riflesso della parte anteriore sul dorso della cassetta. Quando lo vedevo pieno, anche in quei momenti mi coglieva la stessa sensazione di attesa. Per questo, anche se questa volta lo vidi pieno, non ci feci particolarmente caso, perché la sensazione mi aveva colto già. Tuttavia, percepii una nota stonata in quello stato d’animo così invasivo. O meglio, un acuto. Afferrai il contenuto della cassetta. Al primo tentativo mi cadde di mano, precipitando nuovamente sul fondo. L’impazienza era ancora più percettibile, potevo quasi vederne l’aura circondarmi tutto. Riprovai. Questa volta la presa era più sicura e il contenuto della cassetta rimase stretto tra le dita e il palmo. Lo tirai lentamente fuori. Notai che, nonostante la forma somigliasse a quella di una bolletta o di una di quelle comunicazioni un po’ fumose da chissà quale organizzazione, la busta aveva una consistenza particolare. Anche il colore era insolito. Una busta spessa, di color avorio, con leggere venature più scure. Quasi marmorea. Poi, sul retro, che era la faccia della busta rivolta verso il mio sguardo, notai una strana macchia. Era informe, sembrava in rilievo, ed era di colore rosso sangue. C’era anche un simbolo sopra, sembrava un felino dalla posa regale. Un leone, forse, o una creatura mitologica. Girai lentamente la busta, e scorsi una scritta fitta sulla parte destra. Diverse righe di testo dalla calligrafia sorprendente che sembravano essere state tracciate con un pennino e un inchiostro nero e denso. Sulla prima riga leggevo il mio nome, per intero, e sotto l’indirizzo e tutto il resto. Ancora non volevo cedere, pensavo si trattasse comunque della comunicazione di una qualche organizzazione, solo un po’ più fantasiosa delle altre.
Mi resi conto che stavo congelando. O meglio, stavo perdendo pian piano l’uso della mano destra. Così decisi di entrare in casa, per contemplare al caldo quello strano oggetto. La sensazione, intanto, continuava a pervadermi, ma sembrava quasi prendersi gioco di me. La sentivo crescere come in una risata fragorosa. Sembrava sul punto di urlare, di urlarmi contro che quella volta aveva ragione, persona di poca fede che altro non sono! Ma non volevo cedere. Mi sembrava troppo bello per essere vero. Mi sembrava troppo incredibile perché quella sensazione, quel giorno, mi avesse colto con un motivo, che quel primordiale istinto quel giorno fosse corretto.
Salii le scale. Non mi precipitai alla porta dell’appartamento con furia. Contemplavo quella che avevo ormai capito essere una lettera e mi ascoltavo. Ascoltavo con attenzione le emozioni che si avvicendavano dentro di me. Cercavo di gustare le mie reazioni come fossero un manicaretto di quelli di cui ero tanto goloso. Ed era una delizia.
Come prima cosa, avevo scartato tutte le reazioni negative. Pensieri quali ‘Ma non è quello che ti aspettavi!’, ‘Guarda che non c’è nulla per cui gioire davvero!’, ‘Stai sereno che non è nulla di strepitoso!’ avevano subito fatto capolino nella mia mente. Vedevo le parole scolpite su un marmo simile a quello di cui sembrava essere fatta la busta. Ma avevo anche proceduto alla distruzione di quella statua, avevo scagliato quel colpo che aveva reso inguardabile quella creazione marmorea così perfetta nella sua negatività. Non volevo fosse perfetta. La negatività non lo è mai.
Il titanico sforzo rese possibile la gioia delle ore successive. La prima cosa che realizzai fu che, finalmente, qualcosa di bello, e atteso, era successo. Erano anni che attendevo una lettera. Ammisi di stare trattando quell’oggetto così atteso e prezioso come tutte le comunicazioni che arrivavano solitamente per vie eteree e invisibili, spersonalizzate e senza odore. Sembrava non mi importasse il cosa, né il chi, ma il come. E tuttavia, mi resi conto che non poteva essere niente di spiacevole e nemmeno provenire da qualcuno che mi voleva male. E, infatti, la mia seconda reazione positiva fu trattare quell’oggetto diversamente dalle comunicazioni ineffabili di allora. Lo avvicinai alle narici e inspirai. Inspirai quell’odore di carta vera. Lo feci più e più volte e, quando ne ebbi pieni i polmoni, lo esalai e mi dedicai alla ceralacca. La osservai attentamente, la scrutai per individuarne ogni più piccolo dettaglio. Ci passai sopra un polpastrello, delicatamente, ripercorrendo i contorni di quella che ormai mi ero reso conto essere la figura di un drago.
Questo fece scattare in me un interruttore, che accese la luce di un piccolo sgabuzzino nel mio cervello. Quando la porta di quel bugigattolo cerebrale si spalancò provai una sensazione familiare ma che avevo dimenticato. Ricordi di anni spensierati, di giornate con uno scopo, per quanto ludico, mi tornarono alla mente. Rievocai avventure immaginate, tracciate su carta, il cui esito era deciso da un tiro di dadi. Ripensai a ore spese a creare scenari possibili e non, nell’attesa di scoprire come si sarebbero comportati gli altri, con onestà o con furbizia, con nobiltà d’animo o con bieco egoismo. E risi. Una risata argentina, una risata fragorosa e piena di gioia. Bellissimi ricordi, di persone, oltre che di avventure, di momenti di gruppo, di risate e discussioni che finivano comunque a pacche sulle spalle e risate, mi travolsero e caddi seduto sul divano in preda a una gioia infinita.
Ma ancora non avevo aperto la lettera. Il mittente mi era chiaro, riconoscevo la ceralacca, non per averla mai vista fino a quel momento, ma per averne sentito parlare così tanto. Ma all’epoca di queste narrazioni quella ceralacca era solo un sogno, uno sfizio che, un giorno, quella data persona si sarebbe tolta.  Fui contento di vedere che qualcosa di nuovo, di diverso, poteva sempre succedere. Quando aprii la missiva, tra le mani mi ritrovai parecchi fogli di carta, una carta più sottile ma molto simile a quella della busta, marmorea e dallo stesso odore un po’ polveroso. La calligrafia era la stessa dell’indirizzo. L’inchiostro aveva intriso la trama della carta così a fondo da rendere le parole leggibili da entrambi i lati del foglio. Erano parole incoraggianti. Parole che, oltre a invitarmi fisicamente a una rimpatriata, mi invitavano anche ad assumere un atteggiamento nuovo. Parole semplici e dirette, come era solito nello stile del mittente, il che mi fece sorridere al fatto che alcune cose non cambiavano mai, ma che raggiungevano perfettamente lo scopo –forse ignoto a chi scriveva ma chiarissimo a me che leggevo– di rievocare emozioni perdute, ormai addormentate nei meandri della mia anima, ovunque essa si trovasse. Leggere quelle parole, scrutare quei tratti di pennino, mi fece ricordare quanto bene stessi quando quelle avventure erano all’ordine del giorno. Era esattamente quello di cui avevo bisogno.
Le ore che mi separavano dal riposo passarono veloci. Non risposi subito alla missiva, perché prima volevo godermi attimo per attimo ogni singola sensazione che un mezzo di comunicazione così démodé mi aveva provocato. E poi avevo molto altro da metabolizzare. Per questo, quando appoggiai la testa sul cuscino, cercai di ricapitolare la giornata. Per prima cosa, fui grato perché la sensazione mattutina non si era presa gioco di me ingannandomi nell’attesa di un evento che non si sarebbe palesato. Ma fui grato anche perché si era poi presa gioco di me ridendo a squarciagola e urlandomi ‘Te l’avevo detto! Questa volta ero arrivata per un motivo!’ E poi volli rivivere istante per istante la gioia delle ultime ore. Mi persi di nuovo a ricordare i pomeriggi insieme a ridere, discutere, ridere ancora, immaginare mondi e creature. Rividi i volti, ripensai alle speranze, tentai di indovinare quali fossero diventate realtà e quali no.

E poi mi addormentai, cullato da pensieri trasformati non in parole ma in emozioni, nelle emozioni di una lettera di carta.

mercoledì 4 dicembre 2013

Quel quid in più

Il mio quid è l'arancione.
Il mio quid sono le affinità elettive.
Il mio quid è l'essere un'inguaribile romantica.
Il mio quid è una passione smodata per gli oggetti di design Kartell.
Il mio quid è avere solo due rimpianti nella vita: aver smesso danza classica e violino.
Il mio quid è avere imparato a vivere per conto mio.
Il mio quid è entrare in cucina, aprire il frigo e prepararti una cena in un quarto d'ora.
Il mio quid è sognare di possedere una libreria molto vintage a Parigi.
Il mio quid è sentirmi un'artista lungo i vicoletti del Quartier Latin a Parigi.
Il mio quid è saper piangere di gioia, ma anche di dolore.
Il mio quid è cercare di sentire quello che sentono gli altri.
Il mio quid è amare l'odore dell'aria mattutina in primavera e in autunno.
Il mio quid è avere il pallino della Neverfull di Louis Vuitton, quella originale.
Il mio quid è pensare che in fondo la psicologia serva a qualcosa.
Il mio quid è pensare che in fondo si può essere psicologi di se stessi.
Il mio quid è amare le lunghe passeggiate chiarificatrici.
Il mio quid è amare i lunghi rooibos chiarificatori.
Il mio quid è pensare alla Luna e non poter dimenticare 'Canto di un pastore errante dell'Asia', e il povero Leopardi.
Il mio quid è avere paura del sublime e allo stesso tempo esserne affascinata.
Il mio quid è avere voglia di non dimenticare.
Il mio quid è avere voglia di non dimenticare le nozioni del liceo.
Il mio quid è avere voglia di non dimenticare il tedesco e, se possibile, nemmeno il francese e il portoghese.
Il mio quid è essere pronta a trasferirmi in Scandinavia seduta stante.
Il mio quid è amare il caffè espresso, anche se reinterpretato, ma anche i Frappuccini di Starbucks.
Il mio quid è non voler leggere la Millenium Trilogy.
Il mio quid è aver visto 'Melancholia' e averlo trovato fascinosamente allucinante.
Il mio quid è aver visto 'Mood Indigo' e averlo trovato incredibilmente simile ad 'Alice nel paese delle meraviglie'.
Il mio quid è voler, un giorno, costruire la mia casa a partire dalla biblioteca.
Il mio quid è voler, un giorno, avere nella mia biblioteca tutti i libri che ho letto, AKA: gli amici che ho incontrato.
Il mio quid è amare le emozioni forti, positive e negative, pur di sentire lo slancio della vita.
Il mio quid è sapere che l'uomo è come un pendolo che oscilla tra desiderio e noia e deprimermi per questo.
Il mio quid è sapere quello di cui sopra e certi giorni non pensarci affatto.
Il mio quid è essere meteoropatica, ultimamente, però, al contrario, voglio le nuvole!


Mi piace pensare di avere più d'un quid. Chissà se è così. Mi piace pensare che ogni piccola cosa che mi distingue, che mi ha costituito finora, mi renda diversa da un altro essere umano. Ho sempre pensato di essere diversa, non migliore, ma diversa. Ho sempre sperato di essere diversa, non migliore, ma diversa. Ho sempre cercato di essere diversa, a volte migliore, ma soprattutto diversa.

domenica 27 ottobre 2013

Elogio dell'Ardore

Un PS ancora prima di iniziare: quell' 'ardore' voleva essere la traduzione latina di 'passione', essendo quest'ultimo l'argomento del post. O voi che conoscete il latino mille volte meglio di me, chiedo venia se ho or ora impropriamente usato cotal termine.

Sono sempre stata una fan sfegatata delle grandi passioni. Mi sono lasciata incantare dalla grande passione di Jack Dawson per Rose DeWitt Bukater sul caro, vecchio (e ormai superinabissato) Titanic. Mi ha lasciato a bocca aperta quella che credo sia stata la passione con cui Jonathan Littell ha scritto il mio libro preferito, Le Benevole, che, per quanto scabroso e narrante una controversissima autobiografia inventata, ha portato me ad appassionarmi talmente tanto al suo fittizio protagonista da credere di aver scorto sulla metro a Parigi un individuo con i lineamenti che gli avevo affidato durante la lettura. E qui, ci vorrebbe una terza passione, tanto per rispettare lo schema di scrittura a triplette che l'altrettanto controverso Prof. Whitsitt ormai anni or sono ci insegnò essere buona norma per la redazione di un CV in inglese. Ma credo che quest'ultimo intervento possa chiudere degnamente la tripletta.

E le mie, di passioni? Dove sono finite? Ne avevo tante, un tempo. O, meglio, c'erano tante cose per cui usavo essere molto appassionata ogni volta che le incontravo sul mio cammino. Idee, film, libri, spettacoli, attività, città, il mondo, opere d'arte e chi più ne ha più ne metta. E il punto, infatti, non è tanto che certe passioni non le ho più. Piuttosto, il punto è che è la passione che nutrivo per certe passioni che mi ha abbandonata. E quindi, in termini più generali, il punto è quando la passione che nutriamo per una certa passione ci abbandona. Quando questo accade, che cosa si fa?

Tornando al fatto che usavo essere una persona molto appassionata, mi viene da pormi un'ulteriore domanda: quand'è che ho smesso di essere appassionata? Quand'è che ho lasciato perdere, ho buttato la spugna e ho rilassato la spina dorsale? Credetemi, quando si è preda di grandi passioni o, meglio ancora, quando si affrontano tante situazioni con grande passione -come, più specificatamente, era mia abitudine fare- è difficile poi vivere giorno dopo giorno con la sensazione che non si è più in grado di provarla, la suddetta passione, quantomeno non per tutto quello che si fa o che si vorrebbe fare.

E allora, in mancanza della passione che muoveva le mie più grandi passioni, ho generalmente finito per tenere due comportamenti opposti: se da un lato la rassegnazione mi ha spesso intrappolata, dall'altro sono stata altrettanto spesso colta da attacchi di esagerazione delle emozioni.

Mi spiego meglio. Una persona che di suo è mossa da grande passione, che affronta la vita con passione (e, si badi bene, con 'passione' non intendo sempre un moto positivo, purtroppo anche la rabbia può essere vissuta con 'passione'), accorgendosi di aver perso per strada questa propria caratteristica, si trova un po' disorientata. Una specie di bimbo sperduto nella giungla della vita dis-passionata. Mi sono appunto accorta di un fatto. Colta da tali momenti di dis-passione, mi sono spesso trascinata giorno dopo giorno in una monotonia rassegnata o, se preferite, in una monotona rassegnazione, aspettando il giorno in cui la passione si sarebbe in me risvegliata e mi avrebbe nuovamente raised up. In altri casi, il che è ancora peggio secondo il mio supermodesto e opinabilissimo parere (e non esagero per intendere il contrario!), ho invece cercato di esagerare quegli stati d'animo che potrebbero portare a una vera passione. Siccome vivere una vita dis-passionatamente è, credo, per una persona abituata a viverla in tutt'altro modo, una tortura cinese se non peggio, solitamente gli stati d'animo da affrontare in situazioni simili sono negativi. E sono quindi gli stati d'animo negativi che ho cercato di esagerare per smuovere la mia assopitissima passione. Ma io mi chiedo, o cara passione, a te che piace tanto star desta e a me che spesso, troppo spesso, manca il sonno, e se facessimo uno scambio equo e solidale? Io ti regalo un po' d'insonnia, ma proprio tutta quella che posso eh?, e tu mi rendi il mio sonno, quello che in quanto essere umano che vorrebbe sopravvivere a domani senza dover pesare un po' troppo sulle esistenze e soprattutto sulla pazienza di coloro i quali devono -ahiloro- aver a che fare con la sottoscritta CI spetta (a me e a quelli che mi devono sopportare) -credo- di diritto. Ed ecco che quindi, dopo questo cortese -spero- appello alla mia passione, mi ritrovavo, come stavo per dire, a essere esageratamente arrabbiata o esageratamente triste. Peggio ancora, anche se questo non è uno stato d'animo, lo ammetto, esageratamente depressa.

Una passione grande, espressione di tante altre mie passioni, è stata da sempre la scrittura. Avevo pensato, poco tempo fa anche, a dire il vero, di profondermi in un elogio alla scrittura. Tuttavia, poi, ho lasciato perdere. E, onestamente, stavo per lasciar perdere anche stavolta. Ma perché non ci hai pensato su due volte e non ti sei resa conto che lasciar perdere sarebbe in effetti stato molto più saggio da parte tua?, chiederete voi che avete  incautamente intrapreso la lettura di cotal intervento. Beh, vi rispondo io, per quanto insulse possano suonare le mie parole, non volevo darla vinta alla dis-passione. Volevo provare un brivido in più che per almeno due buoni motivi non posso provare, per esempio, preparando metanfetamine e rifugiandomi in camper sgangherati in mezzo al deserto del New Mexico (e attenzione agli spoiler NON VOGLIO SAPERE ALTRO, sono arrivata solo alla terza stagione, understand, o voi [ex-]spettatori di Breaking Bad?). Principalmente perché purtroppo non sarei abbastanza scaltra per farla franca così a lungo, pur avendo -probabilmente- una buona spalla su cui contare, e secondariamente perché avevo voglia di esprimere la mia passione immantinente e l'avvio dell'attività poco sopra descritta non sarebbe stato altrettanto immediato.

E tuttavia, devo essere sincera, anche scrivendo queste poche righe senza senso, purtroppo non sono soddisfatta come un tempo. Mi piacciono tante, forse troppe cose, ma non riesco più a portarle avanti tutte insieme. Iniziano anche a piacermi nuove cose, che si aggiungono alle precedenti e non le scalzano via come invece sarebbe molto più comodo, e non sono più in grado di gestire tutto. Ma la cosa più triste è che quindi mi viene da lasciar perdere. E quindi si può dire che per certi versi mi sono abbandonata alla monotona rassegnazione e alla rassegnata monotonia. E allora come fare? Giro la domanda a chi ha deciso di leggere fin qui. Cos'è che ti può smuovere? Cos'è che può far uscire dalla dis-passione e ributtarti a capofitto nella passione? Cos'è che può risollevarti dalla monotona rassegnazione e dalla rassegnata monotonia quando ti coglie?, quell'infame!

Ho ben pensato di cancellare tutto e lasciar perdere, di nuovo. In fondo, mi sono detta, un blog non è il posto migliore dove scaricare i pensieri. Per quello ci sono gli strizzacervelli. O, anche, quaderni a righe che potrei riempire di tutto quello che mi passa per la testa senza stressare il prossimo. Eppure, sento che, per quanto insensato possa essere questo intervento, può darsi che qualcosa smuova. Al momento, non sento alcun moto avviarsi, ma forse arriverà presto. E, nel frattempo, mi godo quello che ho, che, come ho già accennato nel post precedente, non è certo poco né insignificante. E di cui certo nemmeno mi scordo.

mercoledì 23 ottobre 2013

And suddenly, it was Love.

Love IS an achievement.


I was cutting veggies for dinner and suddenly I knew. I mean, I have always known that, unconsciously. But almost a quarter of an hour ago I got it clearly: Love IS an achievement.



The point is that in a world like ours, in a world where everyone keeps asking where-the-freaking-am-I-going, a simple fact like that (i.e. that love IS an achievement) is quite often forgotten. What's the point of living? Is it to pay your bills, to buy stuff, and such and such? Is it to pointlessly travel alone in order to find yourself so that maybe then you'll know what you're supposed to do on Earth, aka how to support world's economy? Is it that? Well, partly. Maybe. Yet, is it really that what many among us ultimately want to achieve? I mean, I'm not underestimating wealth, no, not even that, I'm not underestimating the ability to earn enough to live a decent life and to provide both for oneself and for your loved ones. And yet, this is the point. Your loved ones. But, hold on a second and take a step back with me, would you?



My relationship to Love has always been complex, and I'll tell you why straight away. For some time now, I've been aware that Love has many, many different facets. What I came to understand is that I can at least make a distinction between love and affection. And what I mean when I talk about Love is actually love. Not affection. No offense meant to affection. What I mean by affection is the kind of love you feel for any one who is not the one. The one, on the other hand, is that person for whom I mean love should be felt. No intention to make you agree on something you don't or to say I'm totally and unmistakably right, but Love is Love and that is the achievement I mean.



I am conscious that all I have written up to now may sound nonsensical or, even worse, it may just not sound at all. I'll try my best to actually say something now. So, please bear with me.



The point I'd like to make is again linked to the big revelation I apparently had when chopping salad. There must be someone like me on this planet that has struggled so much and waited so much and experienced so much disappointment in their search for Love and has eventually achieved it. So, I hope I can talk on more than just my behalf. So, I hope I won't be blamed if I write as a 'we' rather than an 'I'. What's the reason behind the fact that we achieve something and then we forget about it? No reason would make sense, anyway, even if there were one. So what I'd really like us all to be aware of is the fact that we should not forget about our achievements just because we've gotten what we wanted. The point is that we actually wanted it so bad. If you want something so bad, why on Earth would you then forget about it or just discard it or even just be OK with having it and still not be happy because you want something else? OK, then, that's another fact to be considered. I've always agreed with Schopenhauer sharing his idea that human beings are trapped within the claws of desire and never feel accomplished. And yet, human beings are sometimes so lucky (or whatever else you may prefer to call it) to see their wishes come true. Among those, Love is not a rare one. So why do we forget about it, lose our ability to see it as a gift, as a miracle, as whatever else you prefer to call it once we achieve it? Why do we even let this happen? An even more important point, though, would be the fact that once we acknowledge the risk (or the fact, in the worst cases) we should just go back to the feeling of wonder we've felt as soon as we realised we had finally achieved what we wanted. After so many disappointments, after so many tears, after so many heartbreaks and as many attempts to fool ourselves thinking we could also be heartbreaker, what we should just keep in mind is quite simple, indeed.



And suddenly, it was Love.



And I'll never forget about it.

domenica 25 agosto 2013

La Bellezza che brucia

Era da tempo che ne volevo discutere. Sono in effetti mesi che ci ragiono sopra. Un giorno mi sono trovata particolarmente convinta e ispirata e mi sono detta: "Oggi è il giorno in cui ne scriverò." E poi i giorni sono diventati due, poi tre, quattro e siamo arrivati a oggi, a quasi più di un mese da quando avevo formulato l'idea. Il punto è che l'idea l'ho avuta qualche giorno prima di rendermi conto che avevo intrapreso un percorso nuovo e, non so per quale mistico incantesimo, l'idea si è evoluta e quello di cui avrei voluto scrivere sembrava non valesse proprio più come prima. Ci ho messo un po' a capire che, in realtà, quello su cui volevo condividere il mio punto di vista valeva ancora, semplicemente avevo raggiunto un'ulteriore consapevolezza. E non mi sono resa conto che questo gradino in più non distruggeva per forza il mio pensiero precedente, semplicemente lo espandeva, forse lo complicava, ma non necessariamente lo deturpava.


Ed eccomi qui, allora, che finalmente vi scrivo della BELLEZZA. Voi direte "Tutta questa manfrina per l'ennesimo concetto inutile, frivolo?" Sta di fatto che ne ho capite di cose su questo frivolo e inutile concetto. E per quanto inafferrabili e incalcolabili siano certi aspetti della vita, c'è una parte di me che non ci vuole rinunciare, che sa che ci sono, che sono presenti anche se non si vedono, che sono intriganti anche se non si misurano. E uno di questi è la Bellezza. Ora, quante cose si dicono sulla bellezza e quante definizioni ci sono per la stessa? Tante. C'è chi dice che la bellezza è oggettiva, chi invece pensa che vari da persona a persona. C'è chi interpreta la bellezza forse solo come una caratteristica di un individuo. Ma la bellezza la si può trovare un po' ovunque nel mondo. 



Prima di lanciarmi in ulteriori disquisizioni, però, permettetemi una puntualizzazione. Se questo intervento può suonare in effetti frivolo, troppo roseo, troppo ottimista, se può sembrare manchi di considerazione verso tutto quello che bello -in un senso o in un altro- purtroppo non è, chiedo scusa. Posso giustificare un simile atteggiamento di apparente menefreghismo nei confronti del negativo, triste, doloroso, sfortunato e chi più ne ha più ne metta solo in quanto strategia difensiva che il mio organismo ha deciso di mettere in atto in queste ultime settimane. Per svariati motivi con cui non sto qui a tediarvi, sono come stata sottoposta all'iniezione di un siero di positività per cui, nonostante io sia ben memore di chi sta peggio di me, del fatto che molte cose nel mondo stanno andando diversamente da come molti desidererebbero, del fatto che non è sempre rose e fiori e di pensieri similari, beh, nonostante questo, sono fisicamente e mentalmente impossibilitata a vederla così male come dovrei. Per dirla in altro modo, forse più comprensibile e opportuno, a vederla tanto realisticamente quanto dovrei. 



Detto questo, però, passiamo a 'sta tanto citata Bellezza. 



L'idea originale mi è poppata out un pomeriggio, mentre scorrevo vari link su FB e Pinterest. Ed ecco che casca l'asino. Ho appena nominato due delle cose apparentemente più inutili e frivole che l'uomo abbia deciso di inventare. Ma cercate di seguirmi nonostante tutto :) Dicevo, l'idea originale è scaturita mentre visionavo svariate immagini di cose, case, altri luoghi. Più ne vedevo e meglio mi sentivo. Più ne trovavo e più mi rasserenavo. Più ne scoprivo e più mi dicevo quanto bello sarebbe poter rimirare dal vivo un paesaggio, godere del colore delle pareti di una camera, riappendere nell'armadio quel fantastico vestito dopo averlo appena finito di indossare, per non parlare del rimettere a posto quell'odoroso e antico libro in una biblioteca di odorosi e antichi libri come lui. E mi sono detta: "Amare la Bellezza è un pregio e una maledizione." Chi di bellezza si vuol circondare, spesso deve anche disporre di mezzi adeguati. Purtroppo moltissime cose al mondo hanno un prezzo e ovviamente libri, vestiti e anche colori per pareti non sono cose che ci si può procurare offrendo nulla in cambio. 



La considerazione è stata il primo passo verso il desiderio di voler indagare quest'arma a doppio taglio che è il gusto. Ovvio che i gusti variano da persona a persona e a volte da periodo a periodo della vita di una sola persona. Perciò, quando parlo del gusto parlo di ciò che piace a ciascuno di noi, qui e ora, senza esprimere alcun giudizio di valore. E quindi, all'epoca, avrei semplicemente avuto piacere ad annunciare al mondo il fatto che è meraviglioso poter dire che ci piace questo e quello, x e y, che vorremmo circondarci di tutto quello che troviamo bello. E avrei anche voluto aggiungere che, purtroppo, spesso, le cose che ci piacciono sono troppe ed è difficile metterle insieme tutte in un lasso di tempo ragionevole. Ma poi, dopo poco, mi sono accorta di un'altra cosa ancora. E il mio pensiero, l'idea originale si sono evoluti. Dichiarare quanto sia bello e allo stesso tempo insopportabile il fatto che tante cose ci piacciono e che vorremmo esserne costantemente circondati non era più esattamente quello che pensavo. 



Quello che mi sono ritrovata a pensare, e su cui avevo già anche molto, molto prima rimuginato, è che questa tanto agognata Bellezza non bisogna andare dall'altra parte del mondo per trovarla. Mi sono accorta che, spesso, basta guardarsi intorno per vedere qualcosa di bello. E in questo caso, anche se non sempre, e la prima libreria che ho scorto a Parigi mentre con la navetta ci si dirigeva dallo Charles De Gaulle al centro città ne è la prova lampante, molto spesso questa trafiggente Bellezza la si può cogliere in un campo di girasoli nel pieno di una giornata di fine luglio, nell'azzurro del cielo che non puoi osservare se non con una mano che ti ripari dalla sprizzante luminosità, nel profumo degli alberi che costeggiano una strada che altrimenti ti sembrerebbe desolata. Scusate tanto, non posso denigrare la libreria di Parigi che ha ufficialmente dichiarato quella città sede di un pezzo della mia anima, una specie di Horcrux buono, d'altro canto però non posso -e credo sia giusto così- dire che le cose belle sono solo frutto del talento umano. Anche se, a dirla tutta, chi si impegna è anche capace di capolavori che non richiedono per forza l'erculea fatica di concepire un complicato arazzo o qualunque altra cosa che ognuno di voi trova bella -va bene anche una teoria matematica, qui non ci si formalizza- e per cui generalmente serve poco più che un quaranta minuti per impacchettarla. E sto parlando, per esempio, degli odori della cucina. 



Anche questo è un ulteriore dettaglio sul quale mi volevo soffermare una volta deciso di scrivere della Bellezza. Ovvero, i cinque sensi. A parte tutto ciò che si intende come intellettualmente bello e che, a titolo personale, reputo un po' più complicato ma comunque sempre molto affascinante (quanta Bellezza può esserci nei sentimenti, negli stati d'animo, delle emozioni? E tutto questo non è sempre scontato sia frutto soltanto della percezione fisica, ma poi, come sempre, è un'opinione, e in quanto tale... opinabile -e permettetemi di dire che queste sottigliezza linguistiche che quasi certamente a molti suoneranno insopportabili sono per me causa di un sollazzo intellettuale non da poco), a parte quello che si percepisce diversamente che con naso, occhi, bocca, superfici tattili e orecchie (scordo qualcosa? Mah...), dunque, è per me fonte di ineguagliabile Bellezza. Per quanto non dimentichi ci siano viste, odori, suoni, percezioni sgradevoli ognuno a modo proprio, e per quanto tutto questo si declini diversamente a seconda di ciascuno di noi, è innegabile che ci basta aguzzare come un felino tutto quello di cui sopra per scoprire quanto il mondo ci circondi di Belezza in ogni dove. Due settimane fa ho scoperto quanto mi mancava l'odore del sugo che preparava mia nonna e che sono certa di non aver mai sentito uguale fino al momento in cui, appunto due settimane fa, sono passata da quella cucina che me lo riproponeva uguale uguale, solo generato da mani diverse. E lo stesso mi è capitato oggi, passando per le strade deserte di questa Imola di passaggio e odorando patate al forno al rosmarino.



E poi, però, ci sono anche quei magnifici odori -persevero lungo questa strada, almeno per il momento- che sono così buoni che però ti fanno male, ti danno fastidio. Mi capitava di sentire profumi, e quindi in questo caso si tratta del frutto del talento umano mescolato ad altro talento umano che ha realizzato cosa sarebbe occorso per produrre un così raffinato aroma, profumi, dicevo, che mi ricordavano di qualcosa che mi mancava. Mi piacevano tanto che avrei voluto averli sempre attorno ma urlavano allo stesso tempo quanto in quel momento fosse impossibile per me averli attorno. Mi ricordavano della mia condizione di desiderio frustrato. E poi, invece, ci sono anche quelle cose che sono così Belle da fare male non perché ti ricordano qualcosa che non hai, ma perché sono così Belle da essere insopportabili. Ed ecco l'ultimo step al quale è giunta l'evoluzione della mia idea originale. La Bellezza che fa male.



L'ultima volta che mi è capitato? Poco fa, durante una lettura. Le parole, messe così come erano, il ritmo che creavano mi facevano chiaramente immaginare la persona che ci aveva speso tempo e talento per metterle insieme. E il risultato è talmente perfetto da essere estremamente piacevole da leggere ma anche dannatamente insopportabile per farlo fino alla fine. Questo è un esempio di quella Bellezza che in questo esatto momento mi rendo conto di poter chiamare Bellezza da assumere a piccole dosi, responsabilmente. Mi sono resa conto che, così come esiste una soglia del dolore, esiste anche una soglia della Bellezza sopportabile. E mi sono resa conto di quanto la mia sia relativamente bassa. E per quanto da un lato la cosa sia anche un po' triste, penso che al contempo sappia essere anche una cosa meravigliosa. Ok, mettendola così può suonare estremamente megalomane, ma mi fa pensare di possedere una certa sensibilità il fatto di arrivare a non sopportare quello che trovo essere estremamente, dolorosamente Bello. O meglio, il fatto di concepire che esistano situazioni, cose, viste, tutto quello che come Bello può essere etichettato che sia insopportabilmente Bello, che sia impossibile poter apprezzare in tutta la propria Bellezza per un lasso di tempo abbastanza lungo da fartela respirare tutta. 



Questa è la Bellezza che però, paradossalmente, mi piace di più. E ce n'è tanta, anche se a volte ho un po' paura a incontrarla, perché temo di non essere abbastanza resistente da inalarla in una volta sola.